Quando la fragola sposa il pistacchio può fare solo bene

“Un mondo buono” è il payoff del Mulino Bianco. Se potessi trasporlo in Basilicata il mondo buono lucano sarebbe nel Metapontino, terra riscaldata dal sole e profumata di mare, dove lo spirito di Pitagora e i resti della Magna Grecia accompagnano la storia della fragola Candonga e del Pistacchio di Stigliano, dal cui connubio deriva la ricetta dello stare bene.

Quel piccolo frutto secco che dall’Antica Persia preistorica è arrivato a Stigliano negli scorsi Anni Novanta e che ha dato il nome alla particolare sfumatura di verde che lo colora (verde pistacchio, appunto) ha infinite proprietà curative e dona numerosi benefici.

Riduce il colesterolo “cattivo” nel sangue e, dunque, il rischio di malattie cardiovascolari. Rafforza le difese dell’organismo contro l’attacco dei radicali liberi.

Vitamina A, ferro e fosforo ne fanno un ricostituente del sistema nervoso, mentre i polifenoli gli conferiscono proprietà antiossidanti. Recenti studi gli attribuiscono anche un potere lenitivo contro le infiammazioni, quello di combattere i batteri e i funghi, mentre secondo l’American Association for Cancer Research Frontiers, mangiare una ventina di pistacchi al giorno contribuirebbe a ridurre il rischio di insorgenza del tumore al polmone.

Un oro verde, insomma. E sta nel nostro forziere lucano, insieme all’oro rosso, la fragola Candonga.

Immagino fragola Candonga e Pistacchio di Stigliano come una coppia. Si sono sposati ai piedi delle Tavole Palatine per la suggestiva location e il loro matrimonio procede bene perché uniscono meravigliose compatibilità a caratteri unici e distintivi, per cui ciascuno completa l’altra.

Le affinità elettive, le compatibilità e i motivi di intesa che assicurano il lieto fine alla storia dei miei due protagonisti li vede entrambi in funzione antiossidante. La fragola Candonga è alleata del pistacchio col suo potere antiossidante 20 volte superiore a quello di altri alimenti. Riduce il colesterolo e mantiene sotto controllo la pressione; favorisce la fluidità del sangue; svolge funzione  diuretica, depurativa e disintossicante. Condivide, dunque, col pistacchio uno stesso fine, stessi valori, uno stesso modo di procedere. Vanno d’accordo e sono sulla stessa lunghezza d’onda.

Rispetto al pistacchio, la fragola contiene vitamina C, in percentuale anche maggiore degli agrumi. Ha quel qualcosa in più che le altre non hanno e per il quale il pistacchio l’ha scelta tra tante possibili compagne di vita. Si completano, perché lei offre una vitamina che il pistacchio non ha. E il pistacchio ne offre un’altra che la fragola non ha. Divisi sono persi.

La fragola è in forma smagliante, alimentandosi di pochi zuccheri e calorie, che la rendono alimento particolarmente indicato nelle diete ipocaloriche e ipoglicemiche. Spicca, oltre che per il suo colore, per il suo carattere positivo: serotonina e melatonina ne favoriscono il buonumore. E’ bella con la sua forma a cuore che fa bene al cuore.

Unica accortezza: attenti a partecipare a questo matrimonio se siete soggetti allergici alle fragole. Il rischio sarebbe una metamorfosi in un mostro medievale. Secondo leggende del tempo, infatti, mangiare fragole aveva il rischio di trasformare in un mostro, sicuramente a causa delle manifestazioni cutanee cui andavano incontro i soggetti allergici, appunto.

Per il resto questo matrimonio, data l’intesa della coppia, funziona perfettamente e non può che fare bene.

A lezione dallo chef Pasquale Carluccio

Baccalà, crema di ceci, peperoni cruschi, forma originale e impiattamento “salvaspazio”. Sono queste le caratteristiche della pizza “Antica tradizione” che Pasquale Carluccio, titolare e chef del Ristorante Happy Moments di Lauria (PZ), ha presentato al Pizza Gourmet del Salone di Rimini aggiudicandosi il primo posto. Ecco come realizzarla.

 

Link: http://www.enutritionmed.com/Approfondimento/788/ospitalita

 

Se avete provato la ricetta, inviateci una foto del vostro piatto e riceverete una nuova stella: un “crusco” nel vostro percorso per ottenere il diploma di “chef e-nutrition”.

Blowing innovation!!!

Ho scoperto che i prodotti ortofrutticoli proseguono la loro attività metabolica anche in fase di post raccolta, durante il trasporto, nelle celle frigorifere…

Come è possibile dunque che il prodotto ortofrutticolo conservi la sua naturalità “dalla terra alla tavola”? dal momento della raccolta a quello della conservazione e successiva consumazione? La risposta è arrivata dal Prof. Di Renzo dell’UNIBAS, che ha messo a punto, col suo gruppo di lavoro, BLOW. BLOW è un dispositivo che mantiene inalterate nel tempo le caratteristiche organolettiche del prodotto ortofrutticolo alla raccolta senza intaccarne la naturale originale salubrità.

 

https://www.youtube.com/watch?v=NhbrwHGiyyo

 

Se penso al presepe dico … Matera; anzi, dico “Made in Basilicata”.

I Sassi di Matera, dal punto di vista urbanistico, ricordano un presepe, tanto che la Città è stata definita “la seconda Betlemme”. Come nella Betlemme della Natività, anche a Matera, fino agli anni Cinquanta, la popolazione viveva nelle grotte “di tufo” scavate dentro la montagna.

Quindi se penso al presepe dal punto di vista “paesaggistico” dico: Matera. Ma se penso all’umanità rappresentata nel presepe, agli scorci di vita quotidiana, allora potrei dire: Basilicata; anzi: “Made in Basilicata”.

Il presepe racconta di buon vino, bevanda prelibata della Betlemme dei tempi di Gesù, che potrebbe essere il nostro Aglianico del Vulture o il Grottino di Roccanova. I “personaggi del presepe” ne bevono in scene di convivialità. Nella Betlemme della Natività si potevano consumare dei fichi freschi o fatti seccare e utilizzati come dolci o per cibo da viaggio; e degustare olive fresche e in salamoia, melegrane, mandorle, pistacchi. Allo stesso modo, nel presepe lucano si possono consumare i fichi rosa di Pisticci, le olive majatiche di Ferrandina, le mandorle della scorzetta di Bernalda, i pistacchi di Stigliano.

Gli angoli scenografati dei presepi sono impreziositi da giare, in cui si conservavano i fagioli, come quello bianco di Rontonda DOP o quello di Sarconi IGP. Altri angoli scenografati ricostruiscono allevamenti di galline per le uova e per la carne; allevamenti di capra, da cui si ricavavano formaggi e yogurt, molto utilizzati al tempo. Il nostro presepe darebbe formaggi d’ogni tipo: il fiodilatte dell’appennino meridionale, il Pecorino di Filiano, il Canestrato di Moliterno, la toma, il caciocavallo silano.

Nella Betlemme dei tempi di Gesù era possibile assaggiare pesci di taglia piccola salati e seccati; quelli più grossi venivano messi ad arrostire per essere degustati assieme a carni di agnello. Nel presepe lucano l’agnello non mancherebbe mai e il pesce sarebbe il baccalà di Avigliano, condito con gli immancabili Peperoni “cruschi” di Senise.

A Betlemme, come nel presepe lucano, sarebbe possibile assaporare il miele. Ed ecco, proprio accanto al pozzo, un gruppo di donne. Mentre durante il lavoro, i pastori farebbero uno spuntino di pane (pane di Matera?), olive (majatiche di Ferrandina?), frutta (Albicocca di Rotondella, Arancia Staccia, Fragola del Metapontino?). La sera si riunirebbero con la famiglia per mangiare una minestra di verdure nella quale si intingeva il pane a mo’ di cucchiaio. In Basilicata mangerebbero la ciambotta.